Ci sono anime – F. García Lorca

Ci sono anime che hanno
stelle azzurre,
mattini sfioriti
tra foglie del tempo,
casti cantucci
che conservano un antico
sussurro di nostalgia
e di sogni.

Altre anime hanno
spettri dolenti
di passioni. Frutta
con vermi. Echi
di una voce arsa
che viene di lontano
come una corrente
d’ombre. Ricordi
vuoti di pianto
e briciole di baci.

La mia anima è matura
da gran tempo,
e si dissolve
confusa di mistero.
Pietre giovanili
consunte di sogno
cadono sulle acque
dei miei pensieri.
Ogni pietra dice:
«Dio è molto lontano!».

Federico García Lorca


Federico García Lorca trascina la tormenta tra i suoi versi, disegnando una penombra di malinconia e passioni, fa inchiostro il suono gitano della sua terra natia.
Durante la sua breve vita fu fucilato dall’arma franchista durante la guerra civile spagnola – lui che per primo pagava l’amaro prezzo della sua omossessualità, diede voce agli sconfitti, gli ultimi tra i vivi e i primi tra i dimenticati, straziato dalle insensate differenze che indicavano agli uomini su che gradini della storia stare.

Alla voce di denuncia si accompagnano, a tratti assordanti, a tratti avvolgenti, altre poesie in cui le parole si articolano nella necessità di approfondire il risvolto della molteplicità dell’uomo, in un’incastrarsi di realtà a volte infinitamente simili eppure inesorabilmente lontane. Poesie tese nel malinconico suono della costante ricerca del proprio posto nel mondo.

Porto le caravelle dei sogni verso l’ignoto, e ho l’amarezza solitaria di non sapere la mia fine e il mio destino.”

Il mondo si frammenta e riflette in una moltitudine di altri mondi, così tanti da non poterli contare eppure riconoscerli sempre, unici nel loro dettaglio sfuggito all’abile mano del loro scultore.
Quante storie, quante età che si mescolano le une con le altre in un distillato dolceamaro di sogni impolverati, calzini spaiati e cartelli sviati. Frementi, delusi, ottimisti, avvelenati, i fili si incrociano in infinite combinazioni casuali, ciechi al ricamo visto dall’alto.
A ogni incrocio un nodo, uno scarto, o forse solo pochi millimetri a evitare lo smacco, tutto fila via veloce, senza conseguenze apparenti, ma ogni incontro è una goccia di tempera che sfuma nell’acqua virandone il colore.

F. García Lorca con questa poesia diventa un po’ scrittore, un po’ pittore, con abile mano traccia sul foglio la ridda che danza nel respiro del mondo, colorata, confusa, ondeggiante tra aspettative troppo pesanti per prendere il volo.
Descrive le anime che gli ruotano intorno,

[…] anime che hanno
stelle azzurre,
mattini sfioriti
tra foglie del tempo,
casti cantucci
che conservano un antico
sussurro di nostalgia
e di sogni.

le descrive in tutta la potenza di quel sentimento che prende dritto alla bocca dello stomaco, quel sentimento che verrebbe da chiamare in portoghese saudade, anime nostalgiche dal cielo slavato, fragili in un autunno sfiorito alle spalle del sole.

Altre anime hanno
spettri dolenti
di passioni. Frutta
con vermi. Echi
di una voce arsa
che viene di lontano
come una corrente
d’ombre. Ricordi
vuoti di pianto
e briciole di baci.

Anime tormentate nella loro costante dicotomia, nel dolceamaro, nella frutta con vermi, quelle anime che avvertono gli spilli dolenti di spettri e di echi pungere il petto. Anime perse e ritrovate, spezzate, vissute, in costante ricerca.

La mia anima è matura
da gran tempo,
e si dissolve
confusa di mistero.

Nell’inquieto scrivere García Lorca non può fare a meno di ritrovarsi lui stesso perso in quel gioco senza fine, perso alla ricerca di sé stesso. L’ultima strofa sembra quasi seguire il filo dei suoi pensieri, cavalcare il flusso di coscienza verso una riflessione ormai dolcemente personale. La confusione di una strada sognata in maniera diversa, di passi sicuri vissuti maldestri. Che alla fine sia semplicemente destino veder scomparire le onde dei propri desideri lanciati a largo?

Pietre giovanili
consunte di sogno
cadono sulle acque
dei miei pensieri.

Come fare pace con se stessi dopo anni passati a crescere?

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