A questo punto smetti – Eugenio Montale

A questo punto smetti
dice l’ombra.
T’ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell’intermedio,
sono stata per te l’esaltazione e il tedio,
t’ho insufflato virtù che non possiedi,
vizi che non avevi. Se ora mi stacco
da te non avrai pena, sarai lieve
più delle foglie, mobile come il vento.

Devo alzare la maschera, io sono il tuo pensiero,
sono il tuo in-necessario, l’inutile tua scorza.
A questo punto smetti, strappati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C’è ancora qualche lume all’orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un’ombra. T’ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t’appartengono
e per quello che avrai puoi fare a meno
di un’ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi.

E. Montale


A questo punto smetti.

Smettere, s – mettere, sospendere, cessare, abbandonare.
Staccarsi da qualcosa che tiene sospesi, giù, su, nel nulla, o forse non in un luogo preciso, non in un tempo, ma nello spazio vorace dei nostri pensieri.
Smettere di grattare la superficie e di compiacersi di quegli sprazzi di luce colorata che si intravedono tra una striscia e l’altra, smettere di rotolare nello stesso vaso di acqua nudo di terra dove mettere radici, smettere di cambiare senza cambiare e vedere senza vedere.

Se ora mi stacco
da te non avrai pena, sarai lieve
più delle foglie, mobile come il vento.

Sarai lieve in quella sottile pelle nuda che sembra tremare così esposta alle intemperie, quando vibra invece di vita, resistente inaspettata all’arsura della paura. Paura silente, pesante, affilata, paura di una leggerezza che non si conosce, una delle tante, una che racchiude tutte le altre.
Paura di te con i piedi sotto la sabbia e nient’altro che il vento a parlarti all’orecchio.

Devo alzare la maschera, io sono il tuo pensiero,
sono il tuo in-necessario, l’inutile tua scorza.

Paura – ti chiedi – perchè?
Il tradimento del pensiero è difficile da accettare, ci cresciamo dentro senza saperlo, inviluppati in uno spazio troppo piccolo per la nostra espansione, attorcigliati dentro scatole chiuse senza conoscere, senza capire. Un fiato che riscalda e accompagna, bugiardo incosapevole, aguzzino innocente.
L’inutile tua scorza che credevi fosse l’unica, ma era solo quella più rapida a marcire, sotto il sole e l’umido, in bianca friabile polvere, arida di succo.

A questo punto smetti, strappati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C’è ancora qualche lume all’orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un’ombra

…per amore di lenti scheggiate, incomplete, sfuocate.
Non funziona guardarsi fuori quando non si conosce come scoprirsi dentro. Accogliere, senza giudizio, abbracciare, lasciar essere quello che normalmente si impone. Imparare a farsi maestro dei propri fili, elastico al bisogno, giocoliere. Limare la duplice funzione per comprenderla (capirla) e comprenderla (contenerla), nell’espansione del sé, nel raccoglimento dell’io.

T’ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.

[…]
A questo punto
guarda con i tuoi occhi

…soli che riflettano il qui ed ora, soli nella luce e nell’ombra, soli non più necessari
e anche senz’occhi
con i piedi sotto la sabbia e nient’altro che il vento a parlarti all’orecchio.


Altro di Eugenio Montale: Suonatina di pianoforte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...