Ode al giorno felice – P. Neruda

Ode al giorno felice
Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

Pablo Neruda


Per il #poetrymonday di oggi ho deciso di presentarvi uno tra i miei autori preferiti di sempre.

Pablo Neruda, o Pablito per gli amici, mi accompagna nel mio piccolo da anni.
Quando, da adolescente, l’ho scoperto per la prima volta, ho trovato in lui la voce che mancava a tutte quelle sensazioni inespresse che tante volte vorticano nel petto di un’età così complessa senza però trovare via di fuga.

Generalmente Neruda viene studiato o conosciuto per le sue innumerevoli poesie d’amore, poesie di nostalgia, di sogni. Ma non c’era solo questo.
Neruda era un uomo che amava intensamente la vita, un uomo di buona cultura, a cui piacevano le donne, il sesso, le abitudini di classe. Allo stesso tempo, tuttavia, era anche un uomo che aveva mosso i suoi primi passi dal poco e niente, un uomo che sapeva cosa significasse “sapersela cavare” e che, in seguito, nella lotta del suo popolo contro la povertà e le angherie di un governo distante vide la strada per un futuro più giusto.

Neruda fa della poesia il suo strumento più grande, tramite essa riesce a cantare i suoi pensieri e i suoi ideali. Lo definirono un “poeta-pittore”, perché con i suoi versi sapeva mostrare a un cieco il mondo senza bisogno di alcuna tempera. La sua poesia canta alla pace, alla resistenza, alla forza d’animo e la sua penna si bagna nell’inchiostro della politica con opere come Canto General, mentre passa gran parte della sua vita lontano dal suo amato Cile (prima come diplomatico poi come esiliato).

«La poesia è sempre un atto di pace. Il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina.»
(da Confesso che ho vissuto)

Ode al giorno felice, tra tutte, è una di quelle poesie che si tengono gelosamente custodite dentro un piccolo scrigno per tirarle fuori nell’occasione giusta, in quel momento in cui senti di poter sprofondare tra parole così familiari e farle tue, come se fossero incise tra le dita.

La sua potenza sta nella semplicità, nel verso libero, nelle parole di tutti i giorni. Con poche pennellate trasporta il lettore in un’emozione e la poesia diventa viva e palpitante, quasi commovente nell’ingenuità di una felicità così dirompente e insaziabile, capace in quel preciso istante di spazzare via ogni nota scordata con la composizione.

essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri

Nel suo sentirsi sterminato Neruda ci ricorda e ci racconta com’è vivere un’emozione travolgente, ed è qui che capiamo la definizione di poeta-pittore perché una parola dopo l’altra riesce a dare voce alle sensazioni, alla pelle, allo stomaco attorcigliato, al respiro affannato, agli occhi lucidi.

Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.

Le tre strofe su cui è costruita la poesia aumentano via via di lunghezza, quasi come l’entusiasmo di una persona che raccontando il suo stato d’animo si emoziona sempre più e parla freneticamente, magari gesticola, perde il respiro.
Ed è proprio la più lunga, l’ultima, in cui il poeta ci confida il motivo della sua grande felicità e lo fa coinvolgendoci, allungando i tempi, ripetendo le parole, come sospirando, innamorato del suo essere innamorato, estasiato dell’infinito che gli risuona dentro.

Ci sussurra Oggi lasciate che sia felice per poi chiudere il canto dimenticandosi della nostra presenza, dei nostri occhi increduli e spiazzati da tale ondata trepidante, e si rivolge alla sua musa..

essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

..scordandosi di noi che ormai ci sentiamo ormai quasi come intrusi, affacciati a una porta socchiusa.

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