Suonatina di pianoforte – E. Montale

Suonatina di pianoforte
Vieni qui, facciamo una poesia
che non sappia di nulla
e dica tutto lo stesso,
e sia come un rigagnolo di suoni
stentati
che si perde tra le sabbie
e vi muore con un gorgoglio sommesso;
facciamo una suonatina di pianoforte
alla Maurizio Ravel,
una musichetta incoerente
ma senza complicazioni,
che tanto credi proprio
a grattare nel fondo non c’è senso;
facciamo qualcosa di “genere leggero”.

Vieni qui, non c’è nemmeno bisogno
di disturbar la natura
co’i suoi seriosi paesaggi
e le pirotecniche astrali;
ne’ tireremo in ballo
i grandi problemi eterni,
l’immortalità dello Spirito
od altrettanti garbugli;
diremo poche frasi comunali
senza grandi pretese,
da gente ormai classificata,
gente priva di “profondità;
e se le parole ci mancheranno
noi strapperemo il filo del discorso
per svagarci

in un minuetto approssimativo
che si disciolga in arabeschi d’oro,
si rompa in una gran pioggia di lucciole
e dispaia lasciandoci negli occhi
un pullulare di stelle, un’ossessione di luci.

Poi quando la suonatina languirà davvero
la finiremo come vuole la moda
senza perorazioni urlanti ed enfasi;
la finiremo, se ci parrà il caso,
nel momento in cui pare ricominciare
e il pubblico rimane con un palmo di naso.

La spegneremo come un lume, di colpo. Con un soffio.

Eugenio Montale


Perché la poesia?

Chi è che parla di poesia nel 2018? Forse qualche vecchio nostalgico, i romantici, i sognatori. Forse solo persone perse nel loro mondo che cercano e amano perdersi ancora di più tra le righe.
Aprendo questo blog ho deciso di seguire una mia passione, anzi due, la poesia e la scrittura, e così eccomi a ticchettare sui tasti, un po’dubbiosa, un po’emozionata.

Ma non importa.

Una volta una persona mi ha chiesto che accidenti ci trovassi nella poesia, e forse è quello che vi chiederete anche voi. Quel giorno risposi che la poesia, per me, era musica senza bisogno di fare musica.

Quando ascoltiamo una canzone, le note e la loro composizione sono in grado di rapirci e di raccontarci qualcosa, la nostra mente vaga, prendono vita delle scene, vengono spolverati ricordi. Sembrerebbe banale utilizzare solo le parole per ricreare lo stesso effetto, quegli stessi insiemi di lettere che usiamo ogni singolo giorno come nostro mezzo di comunicazione costante. Eppure, nelle poesie, non solo viene creata un’atmosfera, ma questo avviene solo grazie al nero su bianco, in assenza di alcuna voce.
Nel parlato alziamo il tono, allunghiamo una sillaba per sottolineare un concetto, sussurriamo, imitiamo, il tutto corredato da un’ampia gamma di espressioni e movimenti che bene ci introducono nel vivo della storia. Tutto questo verrebbe perso sul foglio bianco, la potenzialità di ritrarre la stessa scena usando le stesse parole è dimezzata.

La poesia bisogna sentirla, non capirla. (Giovannino Guareschi)

Il poeta è in grado di prendere ogni espressione, soppesarla, accordarla ad un’altra, darle una posizione nello spazio, e verso dopo verso accompagnarci, in silenzio.

Avete mai provato a leggere una poesia ad alta voce? Ci sono versi in cui le parole si sciolgono tra loro, si mescolano, si accompagnano, altri in cui invece si accozzano e raschiano e tagliano. E con le singole lettere ci imprimono un’immagine, una sensazione. Rileggete le parole nella riga di sopra, provate a fare caso al suono di ciascuna, e poi al suono di una dopo l’altra, e all’impressione che vi lascia. Suoni dolci come sciogliere, mescolare, e poi suoni aspri e taglienti come raschiare.


La poesia che ho scelto questo primo lunedì è una delle poesie che in assoluto preferisco dal punto di vista musicale. Montale quando la scrisse era agli esordi e lui stesso disse che si ispirò a composizioni di Claude Debussy. La sua strada poetica iniziò così, e le sue prime liriche del 1922, ispirate ciascuna a uno strumento (Accordi) ne sono la testimonianza. Abbiamo poi Minstrels (cui potete trovare un brano omonimo del pianista qui), e ancora Musica Sognata, Musica Silenziosa.

“Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia avevo certo un’idea
della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Minstrels di Debussy, e nella prima edizione del libro c’era una cosetta che si sforzava di rifarli: Musica sognata […]

Suonatina di pianoforte mi sembra ricalcare un brano che parte piano piano per poi accelerare in salita, un brano che circonda il lettore, che lo coinvolge nel suo turbinio e che ha il suo picco trionfale nella maestria con cui Montale dipinge i suoi arabeschi d’oro innanzi ai nostri occhi per poi mandarli in pezzi come lucciole prima, come stelle poi…

in un minuetto approssimativo
che si disciolga in arabeschi d’oro,
si rompa in una gran pioggia di lucciole
e dispaia lasciandoci negli occhi
un pullulare di stelle, un’ossessione di luci.

Per infine lasciarci, come scrive, con un palmo di naso posando la penna all’improvviso, così come spegneremo una candela, con un soffio.

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3 pensieri riguardo “Suonatina di pianoforte – E. Montale”

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